fbpx
Latest Posts
Top
Monte Pisano / Consigli  / Il cinghiale sul Monte Pisano: conosciamolo meglio

Il cinghiale sul Monte Pisano: conosciamolo meglio

Share the post!

Il tema “cinghiali” è indubbiamente un tema caldo, del quale si sente sempre più parlare. Ma cosa conosciamo davvero di questo mammifero italiano, controparte selvatica dei maiali? Com’è arrivato il cinghiale ad essere presente sul territorio in modo così capillare e come mai pare essere la sua presenza storica inconciliabile con quella di noi esseri umani?  Vediamo di conoscere meglio questo suide.

 

Biologia del Cinghiale

Il cinghiale è un mammifero ungulato, ovvero che cammina sulle robuste unghie, chiamate zoccoli, poste sul terzo e sul quarto dito. La prima caratteristica che ci viene in mente pensando al cinghiale è senza dubbio la corporatura, robusta e compatta ma al contempo affusolata, fatta per muoversi con agilità all’interno di habitat densi come può esserlo la macchia mediterranea. Si tratta di un animale molto adattabile: infatti la sua plasticità ambientale gli consente di sopravvivere in pressoché qualsiasi habitat. Quest’ultimo deve però possedere alcune caratteristiche imprescindibili, come la densità elevata della vegetazione, la ricchezza di cibo e la disponibilità di acqua. La presenza dell’acqua è fondamentale: non solo per bere, ma anche perché tramite piacevoli bagni nel fango i cinghiali si possono liberare dei parassiti presenti sulla loro cute. Ma di cosa si ciba questo suide? Partiamo dal fatto che si tratta di una specie onnivora e opportunista, in grado di trarre profitto, in termini alimentari, da qualunque ambiente frequenti. Frutta, radici e tuberi, pinoli, ghiande, la sua dieta è caratterizzata da alimenti dal notevole apporto energetico. Ma anche piccoli mammiferi e pesci possono rientrare nella dieta. Spesso capita, nelle aziende venatorie, che gruppi di cinghiali vengano alimentati artificialmente in aree di foraggiamento chiamate governe, con mais, decisamente calorico ma povero in proteine. Ovviamente l’ungulato se ne ciba con voracità ma per sopperire alla carenza proteica si mette alla ricerca di radici e insetti presenti nel suolo, aumentando il suo grufolare e smuovendo il terreno in modo eccessivo rispetto a quanto farebbe se non fosse “aiutato” nel soddisfacimento dei suoi bisogni alimentari.

Il cinghiale è un mammifero sociale che vive in gruppi familiari costituiti essenzialmente dalla femmina accompagnata dai piccoli, ma più madri con prole si possono associare, anche in via temporanea, arrivando a formare gruppi abbastanza numerosi. Una curiosità interessante è data dal fatto che i piccoli suinetti vengono allattati anche da altre femmine, oltre che dalla madre biologica. I maschi invece vivono separati (sia in forma solitaria che in nuclei di giovani) e si ricongiungono ai gruppi femminili unicamente durante la stagione riproduttiva che ha luogo tra novembre e dicembre. Il loro sistema sociale è decisamente più complesso e dinamico di quanto appaia. La matrilinearità è una caratteristica distintiva, in quanto il gruppo sociale arriva a comprendere diverse generazioni di femmine. Infatti una volta raggiunta l’età subadulta queste ultime possono scegliere di rimanere con il nucleo familiare, contribuendo così all’accudimento delle cucciolate successive ed assumendosi il ruolo di facilitatrici sociali.

Storia del Cinghiale in Italia

Il cinghiale è una specie Europea che si è evoluta centinaia di migliaia di anni fa. Da allora si è diffuso ampiamente anche in Italia, con l’evolversi di alcune sottospecie come il cinghiale sardo e quello maremmano. I rapporti con l’uomo non furono mai particolarmente pacifici, dato il suo notevole fabbisogno alimentare. Essendo l’agricoltura dei secoli scorsi più che altro di sussistenza, i danni alle colture erano particolarmente impattanti per le famiglie che vivevano in campagna. Per tali ragioni gli abbattimenti sull’ungulato, anche per motivi alimentari, furono decisamente pesanti, portando ad una contrazione elevata della popolazione che intorno agli anni ’50 del secolo scorso era dislocata sul territorio in aree limitate: la sua presenza era accertata solamente nel settore alpino occidentale, in Sardegna, e in alcune zone dell’Appennino centro-meridionale. Anche la progressiva scomparsa, per opera dell’uomo, dei complessi boschivi ha contribuito alla riduzione in termini numerici della popolazione. La sua presenza registrata unicamente nel settore occidentale delle Alpi, in Sardegna e in alcune aree dell’Italia centro-meridionale.

 

Le Reintroduzioni Durante Gli Anni ‘70: Il Punto Di Non Ritorno

Il punto di svolta e purtroppo di non ritorno però si avrà intorno agli anni ’70, quando vennero poste le basi di quella che è la situazione attuale e dalla quale sembra non esserci uscita. Proprio in quegli anni infatti inizia nel nostro paese un’intensa attività di reintroduzione di cinghiali provenienti dall’Europa dell’Est. Non si trattava del cinghiale italiano già preesistente, ma di altre sottospecie, che adattate a sopravvivere ad ambienti diversi, per lo più foreste temperate, posseggono anche caratteri biologici e comportamentali differenti. Oltre a questo, gli individui immessi spesso provenivano da eventi di ibridazione, cioè accoppiamento, con il maiale domestico. I soggetti europei, venuti in contatti con i nuclei italiani sopravvissuti, si accoppiarono con questi e ciò causò uno sconvolgimento genetico nel cinghiale autoctono. In quel modo purtroppo la prolificità del “nuovo” cinghiale aumentò ancora di più. Non solo il cinghiale di provenienza europea mette al mondo un numero medio maggiore di cuccioli (si parla in media di 6-7 cuccioli contro la media di 4 per il cinghiale nativo), ma è anche riconosciuto dalle ricerche svolte come gli ibridi abbiano un tasso riproduttivo maggiore. Questi fattori, aggiunti alla già notevole prolificità del cinghiale come specie, spiega l’abnorme diffusione che ripartì dalla seconda metà del 900 in poi. Le immissioni da parte del mondo venatorio furono numerosissime, e anche la creazione di veri e propri allevamenti, la cui presenza era accertata fino a qualche anno fa, in cui i cinghiali venivano fatti accoppiare con esemplari di maiale domestico hanno comportato uno stravolgimento totale dell’identità genetica di quello che era una volta il cinghiale italiano e un’accentuazione, in negativo, delle sue caratteristiche specie-specifiche. A questa già drammatica situazione di sconvolgimento genetico ed ecologico totale si aggiungono altri importanti fattori: l’eliminazione sistematica dei grandi predatori naturali (lupo, lince, orso), il progressivo abbandono delle aree rurali e il conseguente rinselvatichimento degli habitat. Non risulta troppo difficile immaginare come una situazione del genere sia sfuggita di mano proprio a chi fu responsabile delle reintroduzioni.

Un Mito Da Sfatare

In un libro uscito di recente, scritto a quattro mani da due etologi italiani, Francesco de Giorgio e Alessandra Alterisio, vengono illustrate in modo chiaro ed esaustivo alcune peculiarità del cinghiale poco conosciute e sfatati alcuni miti riguardanti gli effetti contenitivi della caccia. Il testo, basato su una ricca e aggiornata bibliografia scientifica, entra nel cuore del “problema” offrendo interessantissimi spunti.

La domanda cruciale dunque è la seguente: l’attuale modalità di gestione e controllo della popolazione di cinghiale si è dimostrata efficace? Perché stiamo assistendo invece ad un incremento globale della specie, evidenza che si scontra con la narrativa venatoria?

Siamo abituati a pensare che la caccia risolverà il problema numerico rappresentato dai cinghiali. Che per quanto questi ultimi aumentino sempre più di numero, vadano dunque aumentati gli sforzi di abbattimento. Questo, però, non corrisponde alla realtà.

L’attività venatoria è, infatti, fortemente impattante sulla struttura sociale e le dinamiche spaziali di Sus scrofa in quanto fattore di disturbo che disgrega il gruppo e provoca dispersione degli individui sul territorio, massimizzandone così la presenza. Le conseguenze di queste pressioni, di cui gli stessi cinghiali sono consapevoli, li conduce a modificare il loro comportamento, portandoli a scegliere per esempio di allontanarsi dalle zone boschive in cui la caccia è consentita e portandoli ai margini dei campi coltivati o nelle aree periurbane, soprattutto durante le ore notturne, in cui i gruppi familiari si sentono più tranquilli e meno minacciati.

E’ stata altresì riscontrata una correlazione tra attività venatoria e riproduzione del cinghiale.

A quanto emerge dai dati scientifici, le popolazioni soggette ad abbattimento tramite controllo selettivo o braccata si riproducono di più: le femmine possono entrare in estro già a 7 mesi, quando normalmente non si riprodurrebbero prima dei 2 anni.

Chi detiene il ruolo indiscusso di regolatori delle popolazioni di ungulati? Come l’ecologia ci insegna dovrebbero essere i grandi predatori, in primis il lupo.  La sua tecnica di caccia è completamente diversa da quella di un cacciatore, dal momento che spesso e volentieri sono i cuccioli  o gli individui deboli e malati, più facili da cacciare, a rappresentare il target e non gli adulti come invece avviene per la predazione antropica. L’eliminazione dal gruppo di individui sani e adulti, che sono punti di riferimento per tutti i membri del gruppo porta alla disgregazione dello stesso, per cui il risultato non è un consolidamento sociale ma uno smembramento seguito da un ulteriore dispersione di individui in nuove aree e costituzione di sempre nuovi nuclei riproduttivi. Il tipo di controllo operato da un predatore naturale è l’unico che possa realmente incidere sull’abbondanza della popolazione.

Non Solo Danni, Ma Anche Benefici

Davvero il cinghiale è solo in grado di distruggere e devastare? In questa sede non si vuole certamente negare l’evidenza di un reale impatto ambientale ed economico sulle comunità vegetali e sulle colture da parte del cinghiale. Sullo stesso Monte Pisano è stato osservato come la sua eccessiva presenza possa costituire una minaccia per alcune entità vegetali, tra cui diverse specie di orchidee spontanee. Ciononostante con questo articolo si è cercato di arrivare all’effettiva radice del problema, dal momento che, in assenza di una comprensione razionale della stessa non si può arrivare a proporre delle soluzioni attuabili ed efficaci.

Ancora una volta la letteratura scientifica viene in nostro aiuto, fornendoci uno spaccato più obiettivo sul ruolo ecologico del cinghiale. Questa specie è definita in diversi studi ingegnere ecosistemico. Il termine designa quelle specie, vegetali e animali, in grado di agire sull’ecosistema e modificarlo aumentandone la complessità, creando nuovi habitat, nuove nicchie per altri esseri viventi, dando un input positivo alla biodiversità. I cinghiali attraverso comportamenti specifici come il grufolare, lo sfregamento sulla corteccia degli alberi e il rotolarsi nelle pozze alterano senza dubbio l’ambiente circostante. Ma questo tipo di impatto assume la forma di un disturbo di livello medio che può apportare grandi benefici alla biodiversità. A sua volta è anche l’ambiente stesso che, più è complesso e dunque in equilibrio, è in grado di far fronte all’azione di una determinata specie. Risulta ovvio, quindi, che più gli habitat sono sottoposti a pressione antropica e poveri in biodiversità, meno saranno in grado di ripristinarsi. Una delle più grandi sfide che la nostra società è chiamata ad affrontare è quella di sviluppare un modello di coesistenza etica con il cinghiale ma non solo, con gli altri ungulati e i selvatici in generale, apportando in primis un cambiamento nelle pratiche e negli approcci che si sono rivelati fallimentari, a partire dall’abbandono delle pratiche venatorie.

Bibliografia:

  • De Giorgio F., Alterisio A., L’era del cinghiale metropolitano, Associazione Sparta, 2023.
  • Pistoia A. et al., Impatto del cinghiale (Sus scrofa ) sulla biodiversità vegetale, Settimo congresso di scienze naturali. Ambiente toscano, Edizioni ETS, 2018.
  • Toso S. et al., Biologia e conservazione degli ungulati alpini, Casa Editrice Parco Naturale Val Troncea, collana I quaderni del Parco.

Sitografia:

https://www.mammiferi.org/cinghiale/

 

 

Share the post!
Margherita Bianchi

Ciao, il mio nome è Margherita e sono una Naturalista. Fin da bambina ho nutrito un grande amore per la natura e con il tempo è sorto in me il desiderio di contribuire alla sua protezione. Mi sto attualmente specializzando in Conservazione ed Evoluzione presso l’Università di Pisa. Amo la scrittura come forma di espressione personale; mi piace attraverso di essa parlare di ciò che vedo da una prospettiva sia scientifica che personale. Spero con i miei articoli di accendere una scintilla di fascinazione per l’incredibile varietà di esseri che ci circonda e di far comprendere l’importanza della loro salvaguardia.