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La Pieve di Santa Giulia di Caprona: un Tesoro Romanico nel Cuore del Monte Pisano

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La Pieve di Santa Giulia di Caprona: storia, architettura e leggende

Si erge solitaria, adagiata tra i cipressi, su un terreno da sempre in stretto rapporto con l’acqua: è la pieve di Santa Giulia di Caprona, a ridosso dell’argine dell’Arno, di fianco alla Provinciale Vicarese nel Comune di Vicopisano ma orientata verso la Valgraziosa di Calci. Questa suggestiva struttura romanica ha una storia antichissima, architettonicamente molto movimentata, che giunge fino ai giorni nostri, quando è tornata meta turistica nel cuore di un meraviglioso Cammino, quello di Santa Giulia, appunto, e venendo prescelta come sede di matrimoni, proprio grazie alla sua ambientazione amena e alle sue caratteristiche architettoniche.

Prima di inoltrarci nelle vicende architettoniche è però necessario fare un passo indietro, ossia: chi è Santa Giulia?

La versione canonica

Nata nel 420 d.C. a Qart-ḥadašt, la fenicia Città Nuova giunta ai posteri con il nome di derivazione latina Cartagine, Giulia è stata una martire cristiana, venerata dalla Chiesa Cattolica come Santa e patrona della Corsica e di Livorno. Viene ricordata il 22 maggio, e di lei abbiamo notizie in una Passio risalente a molti secoli dopo la sua morte (VII secolo). Il testo tramanda che fosse una ricca e nobile donna cartaginese, caduta in rovina e come schiava acquistata da un mercante siriano, Eusebio, che era solito portarsela seco durante i viaggi commerciali. Sulle coste della Corsica un giorno la nave di Eusebio naufragò, e mentre i naufraghi erano intenti a sacrificare agli dèi pagani, Giulia si rifiutò poiché di fede cristiana. Nel frattempo, il governatore dell’Isola, Felice, invaghitosi della giovane, chiese al mercante Eusebio di poterla a sua volta acquistare, ottenendo un rifiuto; così provò a rivolgersi direttamente a Giulia, offrendole la libertà in cambio di un sacrificio pagano. All’ennesimo rifiuto, il governatore si adirò e ordinò che il giorno seguente alla giovane venissero strappati i capelli, e che fosse dapprima flagellata e poi crocifissa così come il Dio che ella si rifiutava di tradire. La notte stessa, i monaci abitanti della vicina Isola di Gorgona, nell’Arcipelago Toscano, sognarono infatti il destino che avrebbe atteso la giovane l’indomani mattina e non appena svegli si misero in mare raggiungendo la costa corsa: quando avvistarono la croce a cui era inchiodata Giulia ormai era troppo tardi. Il corpo della martire venne portato sull’Isola di Gorgona, e qui lavato con oli aromatici, e quindi deposto in un sarcofago.

La tradizione corsa

La versione corsa proviene invece dalla tradizione orale, e ci racconta che Giulia sia nata a Nonza, un piccolo paese sulla costa ovest di Cap Corse, nel III sec. Durante le persecuzioni di Diocleziano, quando ormai l’Impero stava avviandosi al tramonto, in Corsica si organizzarono delle feste alle cui fu invitata a partecipare tutta la popolazione. Quando arrivò il momento di onorare le divinità latine, Giulia si rifiutò di inginocchiarsi alla statua di Giove, andando invece a pregare sul sagrato di una chiesa. I presenti pagani si infuriarono, imponendole di rinnegare la propria fede. Poiché la donna era irremovibile, la condannarono alla crocifissione: le strapparono i seni e li gettarono ai piedi di un grosso masso, dunque la crocifissero. Dal macigno sgorgò una sorgente calda, sul sito della quale venne costruita una cappella che ancora oggi è ammirabile a Nonza, mentre le reliquie della Santa sarebbero state trasportate sull’Isola di Gorgona non in epoca tardoimperiale ma altomedievale, e quindi molto dopo il martirio.

Quale che sia stato veramente il destino di Giulia, è certo e noto che la sua storia e la sua figura entrarono ben presto nella tradizione cristiana, non solo popolare ma interessando anche i grandi sovrani che regnarono agli albori di quella che oggi è la nostra Italia. Nel 762, infatti, Ansa, Regina d’Italia e dei Longobardi e moglie del forse più celebre Desiderio, volle che il corpo della Santa fosse traslato dalla Gorgona all’allora città di Brixia, la Brescia odierna, dove se ne conserva la maggior parte delle reliquie oggi: non nel celebre monastero di fondazione longobarda, il bellissimo complesso di Santa Giulia (Patrimonio Unesco), bensì nella parrocchiale del Villaggio Prealpino alla santa ugualmente intitolato. Altre reliquie sono ancora oggi a Nonza e a Livorno, e qui il corpo della martire fece tappa durante la traslazione.

Architettura e storia

Tornando alle nostre campagne e alla nostra meravigliosa pieve di Caprona, cerchiamo di capirne meglio le vicende architettoniche che la rendono così preziosa ai nostri occhi oggigiorno.

La chiesa presenta una pianta a croce latina commissa, ad unica navata e abside orientale, ma non è sempre stato il suo aspetto, come poco oltre diremo. Sormontata da un tetto a capanna, la facciata incorniciata da due semipilastri presenta nel timpano un oculo cieco e nella fase sottostante due oculi che sovrastano il portale, al di sopra del quale troviamo una fila di archetti pensili su peducci scolpiti. Curioso è che sopra il portale fino al giugno 1986 si trovava lo stemma della famiglia Bracci Cambini, che aveva il patronato sulla pieve: questo cadde a seguito di una pallonata lanciata da dei ragazzi che stavano giocando sul sagrato.

Sia nel prospetto nord che in quello sud si riscontrano esternamente le varie fasi costruttive: soltanto la teoria di archetti pensili poggiati su mensole scolpite, e con decorazioni a intreccio, vegetali e animali, costituisce elemento unitario. Nella parete meridionale possiamo notare due ampi archi tamponati (in cemento, restauro degli anni Settanta) a tutto sesto; così nella parete settentrionale (adiacente al cimitero) riemergono cinque archi, anch’essi tamponati nel solito materiale, che mettevano in comunicazione la navata centrale con l’ormai scomparsa navatella di sinistra. Il campanile, invece, a sud est, è stato edificato a partire dal XII secolo, e si presenta a pianta quadrata, con quattro monofore a tutto sesto nell’area superiore sormontate da archetti pensili; chiude l’elemento architettonico un tetto a capanna. La bellissima abside, inserita nel prospetto orientale, è contraddistinta da una monofora ogivale riproposta nei fianchi all’altezza del transetto. È coronata anch’essa da una fila di archetti pensili a tutto sesto con piccole mensole decorate, in linea col resto dell’edificio. Tra i vari elementi decorativi troviamo un bellissimo capitello composto da una lastra, leggibile in due registri: quello inferiore con un sinuoso leone, in procinto di saltare e nell’atto di sputare fuoco dal muso spalancato, e quello superiore con un drago dalla coda ondulata e una bellissima cresta sul capo.

Mongolo1984, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

L’interno

L’interno è spoglio, e anche qui sono evidenti le modifiche attuate nel corso dei secoli, in particolare per quanto riguarda la navata sinistra. Nell’area delle tamponature degli archi sono tuttora visibili, anche se molto rovinate, le decorazioni pittoriche a finto drappeggio, risalenti alla prima metà del XIX secolo. Tre colonne in granito aprono alla zona presbiteriale e introducono all’ampliamento costruttivo più recente. Interessante è notare che l’altare maggiore deriva dalla chiesa del monastero di San Michele alla Verruca; nel transetto sinistro si aggiunge un altare minore con tabernacolo. Il pavimento in cotto con motivo a lisca di pesce è anch’esso frutto del restauro degli anni Settanta, così come la ricollocazione sul proprio basamento lapideo del fonte battesimale ottagonale, sul fianco sinistro dell’aula. Il bellissimo ed elegante organo risale alla prima metà del XVIII secolo ed è opera di Domenico Cacioli.

Le prime attestazioni certe della pieve datano al 1096, e proprio sul volgere dell’XI secolo sembra essersi staccata dalla competenza territoriale di Santa Giulia quella della plebania di Calci, oggi la bellissima pieve dei Santi Giovanni ed Ermolao nella Propositura, a testimonianza di probabili difficoltà che, come abbiamo visto, emergono visibilmente anche nell’impianto architettonico. Seguendo le più recenti ricostruzioni storico-artistiche, si ritiene che l’edificazione sia iniziata dalla facciata ovest: come si diceva, la chiesa è infatti orientata, ossia presenta un’abside semicircolare – e quindi nell’interno una mensa, l’altare, rivolti a est, a significare, come nella ampia maggioranza degli edifici di culto, il tributo alla nascita del sole, e quindi della vita, e così di Cristo. Dalla facciata, dunque, l’iniziale costruzione presentava aula unica, quindi un successivo ingrandimento con una seconda navata, e così la costruzione del campanile e l’ambizioso progetto di una basilica a tre navate separate da colonne, rimasto mutilo però all’area presbiteriale. Danneggiata durante la rivolta del contado pisano contro le riforme amministrative attuate dai fiorentini, tra il 1431 e il 1433, la pieve risulta ancora nel XVI secolo in condizioni così tragiche da rendersi necessaria la riduzione planimetrica con l’abbattimento della navatella di sinistra, essendo anche crollate le coperture di entrambe (l’ultimo restauro della copertura dell’aula centrale, invero, è del 2009). Soltanto nel 1813 si avrà effettivamente testimonianza dell’abbattimento della navata settentrionale in favore dell’ingrandimento

dell’adiacente cimitero. Gli scavi pavimentali hanno fatto emergere murature antiche e altomedievali, nonché la primitiva abside, antistante la crociera dell’attuale edificio. È dunque ben chiaro questo processo di sovrapposizione e stratificazione architettonica, anche soltanto passeggiando attorno alla chiesa è possibile notare come la facciata e il fianco sud abbiano in basso un paramento in calcare grigio, mentre in alto le tipiche pietre di verrucano del Monte Pisano. Inoltre, la pieve risultò dagli scavi del 1969 lievemente interrata, si suppone a seguito dell’alluvione dell’Arno del 1115, cui ne conseguì la sopraelevazione con il rialzo dell’architrave del portale. La nuova abside, d’altronde, risulta in questo periodo già al livello della nuova pavimentazione, e a pochi decenni dopo risale l’ampliamento della navata unica con l’aggiunta della navatella sinistra a nord. Quindi per lungo tempo la Pieve di Santa Giulia è stata una particolare eccezione: non un’unica aula ma neanche un impianto basilicale a tre navate, e questa tipologia planimetrica si riscontra anche in (poche) altre zone d’Italia. Nel nostro caso è il risultato di un compromesso allorché non si riusciva a raccogliere i fondi necessari per l’ampliamento a basilica, dovendosi accontentare soltanto di una seconda navata per far fronte all’aumento della popolazione di quest’area del contado pisano.

La Pieve oggi

Oggi la pieve di Santa Giulia fa parte del progetto transfrontaliero ITINERA ROMANICA+, i cui attori principali si collocano tra Italia e Francia e coinvolgono diversi enti e associazioni nelle cinque regioni dell’area di cooperazione, ossia Toscana, Liguria, Sardegna, Corsica e il dipartimento Provence-Alpes-Côte d’Azur. L’obiettivo principale del progetto è valorizzare il patrimonio del cosiddetto romanico minore attraverso la sua promozione ed opere a sostegno della fruibilità e del mantenimento.

Infine, la pieve è inserita nel circuito del Cammino di Santa Giulia, che ripercorre le tappe della traslazione del corpo in epoca longobarda. L’itinerario si snoda in luoghi straordinari, a partire dalla Corsica, la Gorgona, e quindi Livorno, le province di Pisa e Lucca, poi in Emilia, per giungere infine in terra lombarda fino al santuario bresciano e concludersi al Villaggio Prealpino. Al di là dell’aspetto religioso, è importante sottolineare la valenza paesaggistica e culturale di questo percorso: compiendo il Cammino di Santa Giulia, e dunque facendo visita a questa meravigliosa pieve di Caprona, si avrà la possibilità di far parte di alcune delle pagine della storia più emozionanti di sempre, in un’incantevole ambientazione di preziosi paesaggi naturali. Quindi: buon viaggio, e benvenuti nell’area del Monte Pisano.

Mongolo1984, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Bibliografia

Baggiani F., Monumenti di arte organaria toscana, Pisa, Pacini, 1985 Del Chiaro A. et al., Vicopisano: il patrimonio culturale, Pisa, Pacini, 2000 Testi Cristiani M.L., Corpus della scultura altomedievale. La Diocesi di Pisa, Fondazione Centro Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto, 2011. Tigler G., Toscana Romanica, Milano, Jaca Book, 2006

 

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Elisabetta Malvaldi

Sono laureata in Scienze dei Beni Culturali, e la Storia dell’Arte è sorella dell’altra mia grande passione: viaggiare. Ho il privilegio di averne fatto, di entrambe, la mia professione: tour leader e consulente di viaggio, mi tengo in allenamento scrivendo di tanto in tanto qualche articolo su blog e riviste scientifiche. Per Montepisano ho il piacere di coniugare queste attività.