La Traversata del Monte Pisano

Oggi vi voglio raccontare la mia parziale traversata del Monte Pisano, durata due giorni. Questo articolo si riferisce alle date del 9 e del 10 Ottobre, periodo scelto non solo per essere partecipe di una delle fasi a mio avviso più belle e delicate per il bosco, ovvero quella della sua preparazione ai rigori dell’inverno, ma anche perché in questo modo sono scampata alle temperature troppo asfissianti della stagione estiva. Devo concludere che è stata veramente un’ottima scelta!

Ma aggiungerei anche che questo periodo dell’anno è propizio per altre ragioni: sto parlando della generosità della terra durante l’autunno. I prati sono nuovamente in fiore, le piante spontanee sono rigogliose, impegnate a dare il meglio di sé prima del meritato riposo invernale… È come se stesse avvenendo una seconda primavera! Autunnali sono alcuni dei prodotti più golosi di tutto l’anno: zucche, castagne, funghi, uva, olive, cachi,  ecc.

In questo elogio all’autunno, non posso fare a meno di pensare che non siamo mai abbastanza riconoscenti per tutto ciò che ci viene reso disponibile dalla Natura.

Il mio compagno di viaggio è stato Alberto, con cui da un anno a questa parte sto condividendo una esperienza di vita quotidiana proprio sul Monte, più precisamente a Tre Colli (Val Graziosa).

Come ci si prepara ad una escursione di più giorni? Nel nostro caso i preparativi non sono eccessivamente complessi, come traversata alla fine è molto breve e non richiede livelli di esperienza irraggiungibili. Allo stesso tempo, l’impegno necessario non è da sottovalutare. È pur sempre un ambiente submontano, altamente eterogeneo, che mette alla prova la nostra resistenza. E’ dunque fondamentale avere le basi di come ci si muove in natura, di come si respira, di come ci si ricarica e si affrontano i momenti di stanchezza e scoraggiamento.

Tutti i punti di interesse di cui parlo nell’articolo sono invece raggiungibili singolarmente tramite passeggiate ad hoc, facili da trovare grazie a una mappa escursionistica oppure utilizzando l’app del Monte Pisano.

Per prima cosa è importante, nella pianificazione di qualsivoglia escursione, controllare le previsioni meteo rispettive ai giorni o alla settimana in cui si desidera partire, uno step importante che spesso viene ignorato. Pensate pianificare per filo e per segno un’immersione in natura, avere tutto pronto, partire…E venire colti in fallo solo per non essersi accorti che per quei giorni lì erano previste forti piogge! Nel nostro caso sapevamo che il meteo sarebbe stato variabile, il che era per noi accettabile. Ci piace molto camminare sotto la pioggia, io lo trovo estremamente poetico. È ovvio però che condizioni di questo tipo possono non essere piacevoli per tutti.  

Il giorno prima della partenza poi c’è da preparare lo zaino. Noi cosa ci siamo portati?

– 3 litri d’acqua

– cibo per 3 pasti: pranzo, cena e colazione del giorno dopo

– giacca a vento e vestiario impermeabile (come sempre, a strati!) con cambio

– binocolo

– mappa escursionistica del Monte Pisano

– libro sulle storie e leggende del Monte Pisano

– accendino

– sacchetto per raccogliere piante aromatiche (con cui condire la cena o farsi una tisana selvatica)

– sacchetto per raccogliere eventuale spazzatura rinvenuta sul sentiero

– fornellino

– coprizaino impermeabile

E per la notte come ci siamo organizzati?

Dal momento che si è deciso di partire dall’estremità nord-ovest del Monte, avevamo bisogno di dormire in un luogo che fosse ben oltre la metà del percorso in modo tale da poter camminare il secondo giorno con più tranquillità. E abbiamo trovato un posticino veramente speciale, nei pressi di Campo di Croce. Il giorno prima della partenza siamo passati di lì e abbiamo lasciato tutto quello che poteva servirci per la notte, principalmente i sacchi a pelo: inutile dire che le nostre schiene, nell’avere su di sé solo lo stretto necessario, hanno ringraziato!

Ecco infine alcune importanti informazioni tecniche:

Lunghezza del percorso da noi scelto: 20 km

Dislivello in salita: 1394 m

Dislivello in discesa: 1426 m

Difficoltà: E

1^ giorno – Mercoledì 9 Ottobre. Ore 7.30. Ripafratta.

Sentieri selvatici e ciclamini

Siamo partiti da Pisa e con treno regionale siamo arrivati alle 7.30 a Ripafratta. Abbiamo fatto una consueta e rituale tappa al circolino per una colazione veloce ma che allo stesso tempo ci desse la carica. Proprio dalla chiesa di Ripafratta, la Parrocchia di San Bartolomeo, parte il sentiero che dovremo seguire per questa piccola grande avventura, ovvero il sentiero 00.

È incredibile come un Monte così vicino alle zone urbane riesca ad essere totalmente avvolgente non appena ci si inoltra nel fitto della vegetazione, anche a pochi metri dalla strada.  È ciò che ci è successo man mano che ci allontanavamo dal villaggio. Già nei pressi della Rocca di Ripafratta si respira un’atmosfera antica e un po’ fatata: attorno a noi i ciclamini spuntano dalla terra, riuniti in piccoli gruppi, spiccando sul marrone-grigio del terreno con il loro rosa tenue. Liane di piante rampicanti scendono dai rami degli alberi, rimanendo sospese e facendosi cullare dal vento autunnale. I solchi lasciati dagli animali selvatici la notte precedente creano altri sentieri, meno visibili, andando a creare una rete sentieristica a noi sconosciuta. Ai nostri piedi anche i pungitopo si sono colorati delle loro bacche rosse.

L’eremo di Rupecava

Circuminavigando il Monte Maggiore a un certo punto si raggiunge un luogo mistico: l’eremo di Rupecava. È l’eremo più antico presente sul Monte Pisano, fondato nel 1214 d.C. ma in realtà presente come edificio anche prima, dove sembra che precedentemente alla sua identità cattolica si svolgessero misteriosi riti pagani dedicati alle figure Bacco e Pan.  

Oggi si può osservare l’eremo solo da lontano: data la presenza di alcune strutture un po’ pericolanti, un cancello impedisce di avvicinarsi.  

Non potendo lasciarci incantare troppo da questo primo tesoro incontrato lungo il nostro cammino, ci affrettiamo a proseguire nel bosco. Dopo pochissimo incontriamo la tappa successiva, il Monumento ai Caduti sopra Molina di Quosa. In questo punto si può proseguire per il borgo di Romagna, tornare verso Molina di Quosa oppure andare avanti con il sentiero 00. Ci fermiamo per una breve seconda colazione, consapevoli che non siamo che all’inizio dell’avventura. Dopo poco inizia a piovigginare come previsto, ma noi siamo pronti e attrezzati. Incontriamo alcuni cacciatori la cui vista, in totale contrasto con la bellezza che ci circonda, è per noi molto disturbante. Fortunatamente dopo poco la pioggia diventa un po’ più intensa costringendoli a rinunciare e ad andarsene.

Inizia quindi uno dei momenti che ricordo come più immersivi e intensi, in cui l’incanto per ciò che ti circonda è tale da impedirti di pensare. Vasti castagneti, dalle foglie colorate, ci invitano adesso ad entrare nel “cuore” del Monte, ad avanzare ulteriormente per perdere il senso del tempo. Ovviamente camminando sempre al nostro passo, non forzandolo, concedendoci di fermarci a osservare, a raccogliere castagne per la cena, ad ascoltare il rumore del vento. Dopo poco sbuchiamo al raccordo dei Quattro Venti. Un punto di snodo, dove tra l’altro parte il sentiero che porta al Monte Moriglione di Penna.

Introspezioni

In alcuni istanti della nostra vita ci siamo probabilmente accorti che tutto era perfetto, incastrato come a formare uno stupendo puzzle. Parlo di eventi, situazioni, istanti. Se siamo riusciti anche solo per un momento ad osservare in terza persona la situazione attorno a noi, l’ambientazione, le altre persone, il perché eravamo lì…Difficilmente dimenticheremmo come ci siamo sentiti. E c’è un perché a tutto questo? Ci chiediamo mai il perché delle cose? Oggi un eccessivo materialismo, radicato in noi come potesse essere l’unica vera risposta alle nostre domande apparentemente filosofiche e/o romantiche, ha la capacità di schiacciare e ridurre in polvere il più genuino anelito a svelare i misteri che la scienza stessa non può raccontare, le trame nascoste del perché accade ciò che accade. In quanto aspirante scienziata non escludo che il “caso” possa esistere. Ma non ho mai ritenuto e giammai accetterò possa essere l’unica forza in gioco. In quel momento gli incastri erano riusciti: stimoli di ogni genere raggiungevano i nostri sensi trasformandosi in immagini psichiche. Ma oltre la mente, da qualche altra parte del nostro corpo, c’è chi sente immediatamente quando è nel posto giusto.

Penso spesso, sorridendo tra me e me, che sono arrivata in Toscana per scoprire le Alpi Apuane e invece ho scoperto questo Monte, pian piano trasformatosi nel simbolo di un prezioso spicchio di vita.

Desta da tali pensieri e percezioni, una commistione esaltante ma confondente, ci si presenta sotto al naso (e per poco anche sotto la nostra scarpa) un bruco estremamente appariscente.  

Come uscito da una vasca di sostanze coloranti fluorescenti, ci attira verso di lui in tutta la sua fantastica, quasi fantascientifica presenza: scoprimmo poi che si trattava del bruco di una falena appartenente alla specie Calliteara pudibunda. È distribuita in tutta Europa e anche in parte dell’Asia.  Questo bellissimo bruco era sicuramente alla ricerca di foglie fresche, di cui è molto ghiotto. E non è strano vederlo girovagare per boschi in questa stagione, anzi! L’anno successivo, tra Aprile e Giugno, avrà metamorfosato nella sembianza adulta, dopo un periodo invernale passato nello stadio di pupa.

Una mazza…Di tamburo

Usciti un poco dal bosco, ci ritroviamo in un punto più aperto e panoramico, con una vista sulla pianura. Qui il vento è molto forte. Osservando la mappa, deduciamo di trovarci esattamente tra Molina di Quosa e San Giuliano Terme. Ma l’esposizione al cielo non dura troppo a lungo: dopo pochissimo rientriamo già nel folto del bosco, con gustose sorprese ad attenderci. Funghi, funghi e ancora funghi. Ce ne sono tantissimi, e di molte specie diverse. Alcuni si confondono con il colore della terra e della scorza degli alberi, altri invece spiccano per i loro colori o per la loro dimensione. Non possiamo non sentirci fortunati quando a lato sentiero scorgiamo almeno una decina di mazze di tamburo (Macrolepiota procera).

Eremo della Spelonca

Non ci vuole molto affinché si arrivi a scorgere, finalmente, a metà giornata circa, un monte che pare quasi più un miraggio: il Monte Faeta, il secondo monte più alto dopo il Monte Serra. Ci aspetta ancora parecchia strada, ma sicuramente altre sorprese ci attendono.

Il Monte Pisano è stato luogo di eremitaggio per secoli. Le strutture preposte a questo isolamento (che nasce da urgenze spirituali) sono appunto gli eremi. Sul Monte Pisano ve ne sono di numerosi. Dopo l’Eremo di Rupecava, che abbiamo incontrato all’inizio dell’escursione, troviamo sulla nostra strada (che continua ad essere il sentiero 00) un altro luogo pregno di storia: l’eremo di San Giorgio o della Spelonca, risalente alla fine del XII secolo d.C.  Siamo ancora in mezzo al folto del bosco, poco al di sotto del Monte Cupola, che però si dirada proprio nei pressi del piccolo edificio, creando una radura antistante lo stesso. Il quadro si presenta in questo modo: radura, cappellina e, alla nostra destra, affioramenti rocciosi che preannunciano la presenza di una grotta. Questa invece è interamente visitabile. Troviamo affascinante il fatto che entrambi gli eremi incontrati siano o dentro oppure nei pressi di una grotta, che trae origine dall’elemento acqua. È infatti dall’effetto dell’acqua piovana che, leggermente acida, originano queste buie cavità, al cui interno si possono celare vere e proprie meraviglie, tra cui qualche piccolo pipistrello. Non c’è neppure da stupirsi del fatto che si ritenesse che le gocce d’acqua avessero poteri di guarigione: d’altronde, ad oggi è nel riconosciuto potere delle acque termali del Monte Pisano che si concretizza questa consapevolezza, oltre che nella qualità delle sue acque sorgive. Un dettaglio in particolare attira la nostra attenzione: una concavità per la raccolta dell’acqua scavata direttamente nella roccia affiorante, probabilmente con funzione sacra di vasca battesimale. Qui incontriamo, dopo un bel po’ di chilometri, due ragazzi intenti a fare delle foto alla cappellina: uno di loro sta scrivendo una tesi sugli eremi della Toscana. Chiacchieriamo e ridiamo mentre facciamo un’altra piccola pausa.

Croci e spirali

Ancora non abbiamo pranzato e un po’ di fame e stanchezza si stanno facendo ormai sentire: sono già 5 ore che stiamo camminando. Ma non possiamo fermarci in quest’eremo, non possiamo spingere la nostra curiosità più avanti di così: la nostra vera meta è sempre a un passo più in là di noi. Gradualmente mi accorgo che, scendendo di quota e arrivando quasi all’altezza di San Giuliano Terme, la vegetazione sta cambiando. Stiamo passando dal bosco alla gariga, con una fascia intermedia di macchia. Le coriacee e rustiche piante aromatiche stanno prendendo il sopravvento all’umida vegetazione boschiva di poco fa. Sbuchiamo al Passo di Croce, a 216 metri sopra il livello del mare. Qui è tutto un annusare: nepitella, maggiorana, elicriso…Ed ecco gli ingredienti perfetti per la nostra tisana di stasera. Intanto abbasso lo sguardo, mi accovaccio, e guardando con più attenzione noto qualcosa che mi è familiare: “Albe, torna indietro! C’è la Spirantes spiralis!”. Vi chiederete giustamente cosa stia a significare questo nome che sembra quasi un incantesimo. Si tratta di un’orchidea selvatica che fiorisce proprio tra ottobre e novembre. Il suo segno particolare, al quale si deve altresì il nome scientifico, è proprio la disposizione dei fiori sullo scapo fiorale: questi, piccoli e bianchi, sono posti in spirale. Il suo ambiente di crescita è costituito da praterie incolte poste ai margini boschivi, ed è esattamente in questa tipologia di habitat che si apre un altro capitolo della mia storia. Alle nostre spalle i castagneti di Ripafratta e Molina di Quosa, davanti a noi il nostro fedele sentiero 00 che costeggiando il Monte San Giuliano che ci conduce al famoso Passo di Dante.

Camminare al passo di Dante

Il passo è di fatto un punto panoramico in cui lo sguardo può spaziare sulla piana di Pisa fino al mare. Anche qui si respira la storia che fu. Un busto in pietra rappresenta il poeta, e una sottostante targa riporta i versi della Divina Commedia in cui il passo viene citato:

“Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.”

Tra il corpo felice nella fatica del cammino, la mente stimolata da questi continui “personaggi” che si presentano km dopo km, non posso al contempo non amareggiarmi per la presenza di rifiuti per terra: è un peccato che i luoghi più facilmente raggiungibili vengano deteriorati e non rispettati prima degli altri.

Carbonifero

Dal passo di Dante proseguiamo in salita per poi scendere nuovamente verso un altro passo, quello dal grazioso nome di Passo del Castagno. Superata la gariga, un altro tassello di vegetazione si fa strada: partono vasti i boschi di pino marittimo, che assieme ad arbusti come l’erica arborea, l’erica scoparia, i ginestroni, i cisti e i corbezzoli costituisce una delle associazioni vegetali più presenti sul Monte Pisano. A queste specie si aggiunge qualche albero del sughero, che spunta qua e là, e un folto sottobosco di felce aquilina. Questo paesaggio un po’ particolare, molto colorato, fa correre la mia fantasia a tanti milioni di anni fa, 358 per la precisione, quando il lembo di terra dove molto tempo dopo è sorto il Monte si trovava a ospitare, a causa del clima caldo e umido che regnava, felci arboree ed equiseti giganti, e chissà quali altri strani alberi.

A questo punto della “passeggiata”, ci concediamo di pranzare, finalmente! Ma poco dopo il meteo ci suggerisce, con qualche nuova goccia di pioggia, di non sederci troppo a lungo sugli allori. Da qui la prossima tappa, l’ultima prima del Monte Faeta, è il Passo della Conserva. Questo è raggiungibile in due modi: possiamo scegliere tra il sentiero, che sale su ripido nel bosco, e la mulattiera che è un poco più lunga ma sicuramente più dolce nella salita. Dal momento che siamo fisicamente un po’ provati, scegliamo quest’ultima opzione. Non sono pochi i momenti in cui ci fermiamo ad assaggiare il frutto del corbezzolo, dolce e zuccherino. Dopo un po’ di tornanti ecco il miraggio farsi realtà: siamo sotto al Monte Faeta, al Passo della Conserva! Ci troviamo in un punto di forte e freddo vento, dove le foglie vibrano per lasciarsi andare e toccare il suolo. Non incontriamo persone dall’eremo della Spelonca: ma a noi piace così.

Sul Faeta, casa del vento e delle fate

La salita verso il Monte Faeta è un sentiero che segue la linea di massima pendenza. È stato scavato non solo dagli escursionisti ma anche dalla fauna selvatica, dall’acqua e dalla neve. È questo punto della giornata (sono le quattro del pomeriggio) il momento più faticoso per l’ardua ma per fortuna breve salita. Fa sempre più freddo e c’è sempre più vento. Ma una volta arrivati in cima, la soddisfazione per tutti i chilometri fatti è davvero grande. Sono sul Monte che osservo sempre quando mi trovo in città, domandandomi quanto vento debba soffiare lassù. Infatti, una leggenda narra che su quel monte tira sempre aria: è il vento che aspetta il diavolo, con cui doveva divertirsi facendo qualche scherzetto. Quest’ultimo però, sceso verso Pisa per sbrigare delle urgenze non fece mai più ritorno. E il vento è ancora lì che lo aspetta. Un’altra leggenda ancora parla di come nei boschi sottostanti il Monte vivessero delle fate, che noi possiamo vedere in sembianze di farfalla durante l’estate.

Cedri del Libano a Campo di Croce

Dal Monte Faeta ci inoltriamo in una fitta macchia, seguendo sempre il sentiero, il quale però non è proprio facile da trovare. Scende abbastanza ripidamente, ma poi si stabilizza per arrivare in un altro punto di snodo: per seguire lo 00 e arrivare a Campo di Croce occorre prendere la via che, davanti a noi, scende rapidamente giù inoltrandosi nel bosco. Torniamo al caro vecchio complesso di castagni che ci aveva accolto all’inizio. Qui troviamo tantissimi altri funghi, alcuni crescono sul terreno, altri sui tronchi degli alberi, sia vivi che morti, in una partecipazione fondamentale al cerchio della vita. Ancora qualche sforzo e arriviamo alla penultima tappa, quella dopo la quale potremo veramente dirci vicini alla meta: Campo di Croce. Mentre ci avviciniamo mi rendo conto di come nonostante la stanchezza io trovi così naturale vagare per quei boschi, di come mi senta parte integrante di ciò che ho attorno, in quell’istante. Di come la bellezza e l’energia vitale della natura mi nutrono nel profondo. Non è una sorpresa: è stato così fin da quando ne ho memoria. Eppure ogni volta è una piacevole sorpresa. Sento lo zaino un po’ più leggero non appena scorgo il suggestivo boschetto di cedri con l’area attrezzata di Campo di Croce. Sono circa le cinque del pomeriggio e la luce comincia già a divenire più tenue, per lasciare gradualmente spazio alle tenebre. Mentre osservo la volta dei cedri del Libano mi torna alla mente la leggenda secondo cui, proprio qui, nella metà del sedicesimo secolo un contadino trovò un mantello nero abbandonato dal quale fuoriuscì una piccola croce d’argento.

All’Osservatorio

Lasciato alle nostre spalle anche Campo di Croce, ci inerpichiamo su conquistando la costa Muriglione, che termina più avanti con lo spuntone di Santallago. Il sentiero è così stretto, ripido e poco visibile che quando è crepuscolo si fa fatica a vedere; è il momento di tirare fuori le frontali. Sempre più su, siamo oramai completamente al buio. Le sagome illuminate degli alberi prendono strane forme, a tratti antropomorfe. Dobbiamo guardare bene dove mettiamo i nostri piedi! È veramente difficile, in alcuni momenti, trovare la bandierina rosso-bianca che indica il percorso. Ci sentiamo un po’ dei cappuccetti rossi…Ma non abbiamo paura del lupo, anzi! Sappiamo di non correre alcun pericolo in quanto, là, l’animale più pericoloso siamo proprio noi.

E com’è incantevole e misterioso il bosco nel buio! Mi chiedo emozionata quanti animali notturni in questo momento si stiano mettendo in moto per iniziare le loro attività: dalla volpe al cinghiale, dal moscardino all’istrice, dalla civetta all’allocco. Finalmente il sentiero si fa pianeggiante, e superati rocce, arbusti e rovi, ecco davanti a noi protetto dai castagni che lo circondano il bivacco dove passeremo la notte, l’Osservatorio. Si tratta di un’adorabile casetta in pietra con stufa, due brandine, un tavolino, qualche sedia e due lucernari per osservare le stelle. Quando veniamo qui ci sentiamo un po’ a casa. Rinnovati nell’allegria e nel sollievo di essere arrivati alla meta nei tempi previsti, ci godiamo la serata con fuoco, castagne, funghi e letture. Ma dopo cena il sonno è così violento che non ci lascia altra scelta: il corpo chiede di potersi abbandonare nel sacco a pelo, e senz’altro se l’è meritato.

2^ giorno. Giovedì 10 Ottobre. Ore 9.00. Dall’Osservatorio a casa.

La nostra traversata è un po’ particolare: avendo casa nei pressi di Tre Colli, e dovendo lavorare quello stesso giorno, scegliamo di tagliare e scendere direttamente per la Val Graziosa. Quindi il giorno dopo invece di proseguire lungo lo 00, torniamo indietro a Campo di Croce, sotto una intensa pioggia. Questa è un’alternativa per chi eventualmente desidera ricollegarsi a Calci e terminare per qualunque motivo la propria passeggiata. La traversata completa si concluderebbe invece a San Giovanni alla Vena, nel comune di Vicopisano, percorso che richiederebbe all’incirca ancora 4-5 ore di cammino. Imbocchiamo il sentiero n. 133 per arrivare al Complesso di Santa Lucia, nella Selva Adonica. È un complesso forestale di origini antropiche, ovvero frutto di operazioni di rimboschimento. Questi boschi sono bellissimi ma il sentiero scende ripido, rendendo ancora più fugace tutto ciò su cui posiamo lo sguardo. Ammiriamo in tutta la sua bellezza la Valgraziosa: fitti boschi, ruscelli, le argentee olivete più in basso, gli indimenticabili muretti a secco ricoperti di muschi e licheni: ogni angolo un posto con un nome e una storia. A un certo punto udiamo molto vicino a noi una coppia di poiane emettere la loro vocalizzazione di caccia. Ci sentiamo fortunati ad aver ricevuto così tanti regali in queste ore.

È così strano tornare a casa sapendo di essere partiti a 20 km di distanza. Di averlo fatto con i nostri piedi, da soli, con le nostre forze, fisica e mentale, unite insieme. Oggi sento di aver fatto un passo in più verso la conoscenza di questo Monte, che è l’oggetto dei miei articoli e che ora è la mia casa.

Fonti

-Storie e leggende dei Monti Pisani. Paolo Fantozzi, Apice libri, 2018.

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